Una piccola storiella per meditare:
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Mettiamo che una quarantenne, tutto sommato normale, sposata, con
figli, una domenica abbia un problema. Durante un rapporto (con suo
marito!) il preservativo si rompe. Che fa la sventurata? Innanzitutto
parla con il marito: vogliamo un terzo figlio? Si valutano pro e contro
e questo richiede un po’ di tempo, soprattutto se nel frattempo gli
altri bambini si sono svegliati e chiedono le usuali cure e attenzioni
amorevoli riservate alla domenica mattina. Mettiamo che alla fine di
una lunga giornata di tentennamenti la questione fra il marito e la
moglie venga risolta con un «forse non è il caso». La sventurata mette
a letto i bambini, li lascia a casa con il padre e se ne va in giro
alla ricerca dell’unico mezzo che ha per intervenire: la pillola del
giorno dopo. Una soluzione tutto sommato indolore: la sventurata è
anche una cattolica media, sa che l’aborto significa cancellare una
vita. La pillola del giorno dopo, no. Interrompe il viaggio dello
spermatozoo verso l’ovulo. Niente fecondazione, niente embrioni, nessun
senso di colpa, solo effetti collaterali particolarmente fastidiosi se
se ne abusa. Ma la sventurata non è una diciottenne che si sballa in
discoteca il sabato sera. E’ la prima volta che si trova in una
situazione simile. Non usa nemmeno la pillola. Insomma dovrebbe star
tranquilla.
Piove a Roma. Taxi neanche a parlarne. La donna si avvia a piedi
all’ospedale più vicino, il San Giacomo. Sono le nove, il pronto
soccorso ha l’aria di un porto di mare dopo una violenta mareggiata.
«Di che cosa ha bisogno?», chiede a voce alta un’infermiera mentre
attraversa uno stanzone dove sono sedute almeno cinque o sei persone.
La poveretta si guarda intorno e si dirige verso la stanza
dell’accettazione. In tono dimesso e soprattutto in grado di essere
percepito a non molta distanza, spiega: «Avrei bisogno della pillola
del giorno dopo…». L’infermiera consulta un elenco, poi esce dalla
stanza. Torna dopo cinque minuti. «No, mi dispiace, il medico di turno
stasera è obiettore di coscienza». Obiettore di coscienza? E che
obietterà mai, verrebbe voglia di dire alla donna che sa perfettamente
di essere con la coscienza a posto, di non urtare il mondo cattolico
con la sua richiesta, e che quindi la coscienza del medico di turno non
dovrebbe avere proprio nulla da ridire. La donna chiede il nome
dell’obiettore. «La dottoressa Romito», risponde l’addetta. «Mi
rilascia una dichiarazione scritta?», insiste la donna. «No, nessuna
dichiarazione».
Ci sarebbe da andare avanti perché l’obiezione è prevista solo per la
legge 194 ma la pillola del giorno dopo non ha nulla a che vedere con
l’aborto. È un farmaco contraccettivo: lo si dovrebbe poter acquistare
liberamente in farmacia con una prescrizione nominale e non ripetibile
di un medico o di un ginecologo. La donna però sa anche che il tempo
gioca contro di lei: entro le 24 ore dal rapporto le possibilità di
rimanere incinta sono piuttosto basse. Dopo, invece, aumentano
progressivamente in un diabolico conto alla rovescia. E allora prosegue
per l’ospedale successivo: il Santo Spirito, il più vicino. Arriva
intorno alle dieci e mezza. L’accettazione è chiusa: c’è un caso
urgente e l’unico infermiere se ne sta occupando. La sventurata riesce
a parlargli dopo una mezz’ora di attesa. «No, non è al Pronto Soccorso
che deve venire, vada in ginecologia, al secondo piano». La donna sale.
La porta è chiusa, citofona. Davanti, staziona un signore inquieto.
L’infermiera apre la porta. «Mi dica…». La donna guarda il signore e
risponde a voce bassa. L’infermiera va a verificare il da farsi. «Mi
dispiace, il medico di turno è obiettore di coscienza», spiega al
ritorno. La donna è sul punto di arrabbiarsi. Chiede il nome del
secondo obiettore. «La faccio venire», risponde l’infermiera. Passa un
quarto d’ora mentre il signore inquieto osserva con aria stralunata la
quarantenne alle prese con un «incidente di percorso». Il medico di
turno è una giovane dottoressa, di cognome fa Fatigante. Apre una
stanzetta appartata e spiega che lei non prescrive la pillola. La
donna, sempre meno paziente, chiede aiuto. «Dove posso andare? Qui
vicino c’è il Fatebenefratelli, provo lì?». La dottoressa sorride: «No,
lasci perdere. Le consiglierei piuttosto il San Filippo Neri, il San
Giovanni o il San Camillo». Tanti saluti, e certificazioni scritte
neanche a parlarne.
E’ mezzanotte quando la donna raggiunge il terzo pronto soccorso,
quello del San Camillo. Pensa di essere alla fine del suo calvario. Di
turno c’è il dottor Marino, piuttosto brusco: «Sono obiettore. Una
certificazione scritta? Nemmeno per idea. Sono registrato alla
Direzione Sanitaria». La donna potrebbe girare per tutta la notte e non
trovare nulla. «Non sappiamo quanti si dichiarano obiettori perché
l’obiezione sulla pillola non esiste, ma sono in tanti», spiega Serena
Donati dell’Istituto Superiore di Sanità. Bisogna avere fortuna,
insomma. O bisogna avere la dritta giusta. «Non avvicinarsi agli
ospedali cattolici», spiega la dottoressa Donati. A Roma dei pronto
soccorso aperti di notte, vuol dire scartarne più della metà. Che cosa
resta? Il Sant’Andrea, ad esempio. «Lì tutti prescriviamo la pillola
del giorno dopo», assicura Paola Bianchi, ginecologa dell’ospedale.
Conclusione: se anche la donna riesce a strappare nel cuore della notte
la prescrizione, ha poi il problema di andare alla ricerca di una
farmacia. E non tutti i farmacisti sono disposti a vendere la pillola.
Né la situazione è così diversa nei consultori. In base ad una ricerca
condotta dai radicali romani lo scorso novembre più della metà dei
consultori in città (il 56,8%) non è in grado di fornire né
informazioni né la prescrizione della pillola. «A sud di Roma è ancora
più difficile», commenta Serena Donati. E quindi? E quindi se una
moglie sventurata e mediamente cattolica pensava di poter evitare
conflitti con la Chiesa sbagliava, e anche di grosso. Se la fortuna non
l’assiste, per non avere questo figlio non desiderato ha un’ultima
possibilità: l’aborto e una vita di sensi di colpa.
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Conosco ragazze che mentre chiedevano la pillola del giorno dopo, sono state bersagliate da insulti e quasi costrette a ritrarsi. Pratiche di questo genere riflettono l'oppressione della chiesa sulla vita dei cittadini.